Dal 24 al 30 aprile in più di 90 Paesi in tutto il mondo sarà la Fashion Revolution Week, la settimana dedicata alla moda sostenibile.
Scopo dell’evento è sensibilizzare i consumatori su un aspetto spesso trascurato e cioè l’impatto che l’industria del fashion ha sull’ambiente e non solo. In molti stati le condizioni dei lavoratori, spesso donne, del settore sono terribili. In Cina le operaie possono arrivare a fare anche 150 ore di straordinario al mese, molte volte in assenza di contratto e tutele. In Bangladesh, invece, il salario medio di un’operaia tessile è di circa un quarto rispetto allo stipendio minimo.

Ed è proprio dal Bangladesh che nasce la Fashion Revolution Week. O meglio: nasce in Inghilterra da un’idea di Orsola De Castro e Carry Somers, per commemorare l’anniversario della strage di Rana Plaza a Dhaka, proprio in Bangladesh. Qui, nel 2013, crollò un intera fabbrica tessile provocando 1133 vittime e oltre 2500 feriti.

Ora l’evento ha assunto una connotazione internazionale. In Italia è coordinato da Marina Spadafora, stilista e direttrice creativa di Auteurs du Monde, linea di moda etica di Altromercato, promotore italiano della Fashion Revolution Week.
Ed è appoggiato da testimonia d’eccezione come la conduttrice Eleonora Daniele, le attrici Amanda Sandrelli e Stefania Rocca o la la scrittrice Chiara Gambarale.

Anche i social contribuiscono a diffondere il messaggio di una moda più consapevole. In Rete si è infatti diffusa la campagna Chi ha fatto i miei vestiti. Per aderire all’iniziativa basta postare online e condividere foto in cui si indossano vestiti al contrario, in modo da far vedere l’etichetta di produzione. L’hashtag della campagna è #WhoMadeMyClothes.

Già perché uno dei primi passi per promuovere una moda più consapevole è proprio informarsi, leggendo le etichette dei vestiti. Ognuno di noi può infatti contribuire a sconfiggere lo sfruttamento che si cela dietro il settore tessile con piccoli gesti. Quali?
In generale andrebbe evitata la moda usa e getta. Si tratta di capi spesso acquistati a prezzi molto bassi ma realizzati anche con materiali e lavorazioni scadenti, a forte impatto ambientale. Meglio quindi ridurre gli acquisti e scegliere solo articoli di qualità.
Inoltre è consigliabile preferire capi locali o prodotti in un’ottica di rispetto etico e ambientale.
E poi via libera ai capi vintage, alle lavorazioni sartoriali e ai prodotti artigianali.
Sono tutte abitudini e comportamenti che andrebbero però perseguiti sempre e non solo in occasione della Fashion Revolution Week.